Andrea Lelario
Bagliori nella selva
Andrea Lelario affida le sue opere alla veemenza di un conflitto tra i valori simbolici e ritmici del segno, tra l’impulso, sempre in agguato, di “significare” per metafore. La ripetizione del suo segno si fa linguaggio, rafforzando il concetto che qualcosa non può essere altro da quello che è. Quest’attitudine, in dialogo con la ridondanza di Gertrude Stein, restituisce una serie di significati associati ad esso, invitando il fruitore a riempire il vuoto significante con un proprio contenuto emotivo.
Lelario sceglie come primo supporto espressivo il taccuino, dove trascrive annotazioni figurative, ermetiche nelle proporzioni ma capaci d’espandersi lungo i bordi. Egli parte dal disegno con penna micron 0,3 su cartoncino, incisioni, fotoincisioni e grafiti fuori misura.
La tecnica è lieve e vorticosa, capace d’intessere un’intelligente rete di inquietudine che ci interroga da lontano. Qui, è contenuto il senso legato all’esotismo: l’urgenza di appuntare flussi di coscienza, partendo dal loro dettaglio, incastonato in vegetazioni intricate e luoghi amniotici. È in realtà un garbuglio interiore e incolore, di indizi e intrecci, a protezione dal circostante e dal proprio trascorso. Si tratta di un itinerario in cui trapela “la leggerezza e l’abisso”, due ossimori che restituiscono verticalità al pensiero, secondo la rappresentazione di una natura che va oltre se stessa, irradiando nuove allegorie.
Le citazioni iconografiche si fanno cesure dotte, echi dell’essere, in cui s’intrecciano gli studi junghiani ai paesaggi del Grand Tour. Qui, il concetto di viaggio sembra sovrapporsi a quello di rebus, divenendo dispositivo simbolico per indagare i lembi dell’inconscio, le apparizioni dell’immaginazione. Ci si addentra, così, in un meccanismo che sembra legare le reti universali a quelle neuronali, tracciando nuove mappe archetipiche.
Alcune opere di Lelario somigliano a fossili di memoria, trame di un’antichità nata per restare; altre si pongono come omaggio a Dürer e al mito, per indagare anatomie e credi, tutte col comune intento di guidare il fruitore ad addentrarsi nella selva della propria coscienza, costellata dai bagliori di recondite armonie.
di Alice Falsaperla
Andrea Lelario
Carte da decifrare
In villa
Per una felice coincidenza, l’atelier di Andrea Lelario si trova nella Villa Mondragone, situata fra Monte Porzio Catone e Frascati. La fama di questa villa tuscolana è legata anche al fatto che nel 1582 fu sede di un cambio di passo del tempo: la riforma del calendario promulgata da papa Gregorio XIII con la Bolla “Inter gravissimas”. La commissione papale che, per sistemare lo slittamento della data della Pasqua, riuscì a modificare l’antico calendario di Giulio Cesare, immaginò i secoli a venire, i ritmi degli anni bisestili, arrivando a citare l’anno Duemila (“anno vero MM”) con precisione visionaria. Precisione visionaria è una descrizione che si attaglia bene alle immagini prodotte da Andrea Lelario con le tecniche dell’incisione e del disegno. Sono immagini che mettono in pagina domini del vicino e del lontano, del visibile e del vagheggiato, del celeste e del sotterraneo: a volte molto grandi, a volte estese in orizzontale, spesso piccole fino alla miniatura, sono il risultato di un lavoro manuale e concettuale minuzioso e vasto, che mira a coniugare la scala accurata dei dettagli e l’affaccio smisurato.
Potenze di dieci
Ci vorrebbe uno sguardo telescopico che – senza l’aiuto di lenti di ingrandimento e senza trasferire l’immagine su uno schermo ampliabile -, fosse in grado di sprofondare nel groviglio dei piani dell’incisione, nella trama dei tratteggi, e di mettere a fuoco le stringhe di parole che accompagnano come un paratesto la scena, o che attraversano le aperture dei cieli o emergono da anfratti e boscaglie.
Ci vorrebbe l’occhio di Powers of Ten, il cortometraggio (1977) realizzato dalla coppia di designer Charles e Ray Eames: partendo dalla scala umana e seguendo le potenze positive e negative del numero 10, arrivava rispettivamente alle galassie e al protone, visualizzando i pattern che emergono dalla distanza. Ma forse è bene che, passando da un foglio a un altro di Andrea Lelario, si sia consapevoli che tanto in essi rimane da vedere, decifrare, leggere, connettere. Questa consapevolezza si sperimenta sia nelle tavole singole (si vedano le Le Piagge, La Via Sacra, con le iscrizioni volanti e le mappe che fioriscono nel cielo) sia nelle pagine dei taccuini.
Visionari in bianco e nero
Nei taccuini, come ha detto l’artista in un dialogo con Silvia Scaravaggi, “si addensano forme antropomorfe, figure primigenie di animali immaginari, frammenti di insetti, reminiscenze di studi da entomologo, rettili fantastici e strutture astratte. Mi piace definire questa mole di materiale artistico come il bagaglio immaginario che mi porto sempre dietro. Che sta con me, che bussa da dentro e che chiede di venir fuori”.
In questa perfetta auto-analisi, si ritrovano i protagonisti della grande famiglia dei “pittori dell’immaginario” raccontati da Giuliano Briganti; degli artisti attratti dal “regime notturno” dell’immagine definito da Gilbert Durand; dei visionari del bianco e nero (Meyron, Hugo, Piranesi, Goya, Dürer, Rembrandt) esplorati da Henri Focillon, che era a sua volta figlio dell’acquafortista Victor-Louis (1849-1918). Senza dimenticare i solitari come Odilon Redon, che – ha scritto Marisa volpi – sanno “donare anche all’orrido una bellezza, come se tutta la sofferenza della vita servisse poi solo a quella perfezione della morsura dell’acido del rame”.
di Antonella Sbrilli